Raccontare una storia implica in sé una bugia non dichiarata, un tacito accordo tra autore e fruitore: che quella storia inizi e termini in un dato momento. La realtà non è così, non c'è nessuno che scrive “C'era una volta” all'inizio o mette la parola “Fine” quando tutto è compiuto.
Inizio e fine di cosa poi? E' tutto un continuo divenire, alternarsi di momenti e situazioni che ci scorrono attorno, ci travolgono, e sfumano intrecciandosi indistintamente, finché qualcuno non decide di cristallizzarli ed elevarli dal vorticare quotidiano, con un racconto, una foto, un video, etc etc...
Anche se volessimo raccontare una vita, cioè una storia con un momento d'inizio e di fine ben definiti, sarebbe parziale partire dalla nascita ed arrivare alla morte del protagonista: tutto quello che è avvenuto prima affinché il protagonista nascesse, così come tutto ciò che la sua morte ha causato, dovrebbe essere scritto. No, troppa roba, si risalirebbe ad Adamo ed Eva da un lato per poi sprofondare nell'Apocalisse dall'altro.
Senza un accomodamento all'italiana tra scrittore e lettore non si andrebbe da nessuna parte.
Capite quindi come è difficile scrivere una storia.
In tedesco il nome “Suchende” sta ad indicare quelle persone che non si fermano alla superficie ma scavano la realtà fino al midollo per percepirne il significato assoluto. Un Suchende come me non potrebbe né dovrebbe mai tentare di scrivere una storia, mi perderei subito in mille collegamenti e divagazioni mentali ingarbugliando ancora di più la matassa.
Il problema non si ferma qui. Il problema non sta solo nell'infinito del tempo e dello spazio (questioni da sottoporre a tecnici del settore ben più qualificati di me), ma anche nel suo infinitesimo.
Pensate al groviglio intrinseco della storia, alla minima azione del battere un tasto sulla tastiera del computer in relazione alla crisi economica che sta attraversando il Paese: cosa possono avere in comune, come sono collegati? Studiando biochimica molecolare e fisiologia ho imparato grosso modo come funziona il corpo umano: come può la casualità degli eventi nel corso dell'evoluzione aver portato alla costruzione di una macchina così infinitesimamente articolata e complessa? La tentazione è di rivalutare il creazionismo, ma basta guardarsi attorno per capire: come ha fatto la nostra società a diventare la mostruosa macchina che è oggi? Se ti ci fermi a riflettere, è un marchingegno pazzesco: pensa a come funziona una città, con le migliaia di mestieri e mestieranti che vi sono, con le regole, le leggi, le intenzioni di ciascuno, le strade, tutto! Poi pensa ad una provincia, alla burocrazia, alle regioni, ad uno stato, ad un continente... al mondo! E nessuno (tranne forse i Rettiliani) si è messo a pianificare questo prima, è venuto da sé, “come la sega prima della prima sega”.
E, ancora, prova a pensare a come tutto sia legato e coordinato dall'infinitesimamente piccolo al infinitamente grande: è pazzesco.
Pensa ad un albero, partendo dalle radici, dal singolo ione Na+ che trascina una nube di idratazione con sé e penetra un minuscolo poro in un minuscolo filamento che, unito a migliaia di altri filamenti costituisce una radice, che con altre dieci, venti radici forma il tronco, all'interno del quale ogni strato è formato da migliaia di colonne ascendenti collegate tra loro e tramite le quali avvengono milioni di scambi di soluti al secondo, secrezione di resine, poi salendo fino alle ramificazioni, che si biforcano fino ai ramoscelli più piccoli da cui nascono le foglie, con una struttura interna caleidoscopica fino ad arrivare alla citoarchitettura con tutte le proteine, le membrane, gli organelli, i mitocondri... per non parlare dell'evoluzione che l'albero ha nel tempo, di come nasce, di come trasforma CO2 in O2, della produzione di vitamine, amidi, cellulosa, dei fiori e poi i frutti... Sarebbe impossibile raccontare la storia di un albero, in fondo perché l'albero è come una storia. Qual è allora il senso della narrativa?
Può essere la semplice condivisione di un episodio, se si accettano le premesse fatte all'inizio; oppure, per un Suchende come me, diventa la ricerca di un senso, che andando al nocciolo può essere un'emozione.
O la teoria delle stringhe.
O un algoritmo frattale.
O un multiverso random.
Un Suchende come me non dovrebbe mai tentare di scrivere una storia.
Anche se volessimo raccontare una vita, cioè una storia con un momento d'inizio e di fine ben definiti, sarebbe parziale partire dalla nascita ed arrivare alla morte del protagonista: tutto quello che è avvenuto prima affinché il protagonista nascesse, così come tutto ciò che la sua morte ha causato, dovrebbe essere scritto. No, troppa roba, si risalirebbe ad Adamo ed Eva da un lato per poi sprofondare nell'Apocalisse dall'altro.
Senza un accomodamento all'italiana tra scrittore e lettore non si andrebbe da nessuna parte.
Capite quindi come è difficile scrivere una storia.
In tedesco il nome “Suchende” sta ad indicare quelle persone che non si fermano alla superficie ma scavano la realtà fino al midollo per percepirne il significato assoluto. Un Suchende come me non potrebbe né dovrebbe mai tentare di scrivere una storia, mi perderei subito in mille collegamenti e divagazioni mentali ingarbugliando ancora di più la matassa.
Il problema non si ferma qui. Il problema non sta solo nell'infinito del tempo e dello spazio (questioni da sottoporre a tecnici del settore ben più qualificati di me), ma anche nel suo infinitesimo.
Pensate al groviglio intrinseco della storia, alla minima azione del battere un tasto sulla tastiera del computer in relazione alla crisi economica che sta attraversando il Paese: cosa possono avere in comune, come sono collegati? Studiando biochimica molecolare e fisiologia ho imparato grosso modo come funziona il corpo umano: come può la casualità degli eventi nel corso dell'evoluzione aver portato alla costruzione di una macchina così infinitesimamente articolata e complessa? La tentazione è di rivalutare il creazionismo, ma basta guardarsi attorno per capire: come ha fatto la nostra società a diventare la mostruosa macchina che è oggi? Se ti ci fermi a riflettere, è un marchingegno pazzesco: pensa a come funziona una città, con le migliaia di mestieri e mestieranti che vi sono, con le regole, le leggi, le intenzioni di ciascuno, le strade, tutto! Poi pensa ad una provincia, alla burocrazia, alle regioni, ad uno stato, ad un continente... al mondo! E nessuno (tranne forse i Rettiliani) si è messo a pianificare questo prima, è venuto da sé, “come la sega prima della prima sega”.
E, ancora, prova a pensare a come tutto sia legato e coordinato dall'infinitesimamente piccolo al infinitamente grande: è pazzesco.
Pensa ad un albero, partendo dalle radici, dal singolo ione Na+ che trascina una nube di idratazione con sé e penetra un minuscolo poro in un minuscolo filamento che, unito a migliaia di altri filamenti costituisce una radice, che con altre dieci, venti radici forma il tronco, all'interno del quale ogni strato è formato da migliaia di colonne ascendenti collegate tra loro e tramite le quali avvengono milioni di scambi di soluti al secondo, secrezione di resine, poi salendo fino alle ramificazioni, che si biforcano fino ai ramoscelli più piccoli da cui nascono le foglie, con una struttura interna caleidoscopica fino ad arrivare alla citoarchitettura con tutte le proteine, le membrane, gli organelli, i mitocondri... per non parlare dell'evoluzione che l'albero ha nel tempo, di come nasce, di come trasforma CO2 in O2, della produzione di vitamine, amidi, cellulosa, dei fiori e poi i frutti... Sarebbe impossibile raccontare la storia di un albero, in fondo perché l'albero è come una storia. Qual è allora il senso della narrativa?
Può essere la semplice condivisione di un episodio, se si accettano le premesse fatte all'inizio; oppure, per un Suchende come me, diventa la ricerca di un senso, che andando al nocciolo può essere un'emozione.
O la teoria delle stringhe.
O un algoritmo frattale.
O un multiverso random.
Un Suchende come me non dovrebbe mai tentare di scrivere una storia.
riotCup
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