24 ottobre 2011

La via del piacere a quattro corsie

Ho sempre avuto un ossessione per le donne in carne da quando avevo 14 anni.
Le voglio grasse, schifosamente obese da capo a piedi.
La mia prima ragazza, Rita, pesava cento chilogrammi per un metro e sessanta di altezza; era enorme, un enorme palla da bowling pronta a fare strike.
Ai suoi genitori non stavo molto simpatico, una volta il padre mi rincorse con il suo fucile doppia canna, pallettoni da venti millimetri, solo perchè avevo dato affettuosamente della "troia" a sua figlia(dopo avermi fatto aspettare per due ore in macchina, a fumare pezzi di stoffa per passare il tempo).
La perdonai dopo un pompino, il suo primo pompino, infondo mi accontento di poco.
Non sono una persona cattiva, vado in chiesa ogni domenica a pregare il buon Dio. Anzi, a essere sinceri, è forse l'unico motivo per cui mia madre non mi ha sbattuto fuori di casa dopo "quella terribile storia".
Già, una volta facevo il guidatore per gli spacciatori del circondario. Mi beccavo una parte della grana anticipata, nel caso mi volessero fregare era una sorta di assicurazione sull'essere coglioni(cosa che in tanti anni, thank you lord, non mi è mai capitata) e il resto della percentuale alla fine della corsa. Avevo le mani da vero pilota della Nascar; per quanto potessi andare veloce, ti saresti fidato di me senza conoscermi. Ero sempre disponibile, a qualsiasi orario, bastava una chiamata, bastavano un messaggio e poche righe.
Qualcuno una sera cinguettò per salvarsi il culo da non so quale accusa, e il mio nome saltò fuori. Non avendo prove concrete in mano, e non essendo io il loro obiettivo principale, la mia posizione e l'accuse rivolte alla mia persona vennero archiviate nel giro di un paio di mesi. Se la legge cancella le tracce di una storia improbabile, la memoria della gente non segue lo stesso percorso.
Possiamo dire sarcasticamente che la memoria collettiva non perdona. Quando a casa vennero a sapere dell'intera faccenda mia madre mi tolse il privilegio di parlarle, invece mio padre reagì con un "buon per te, figliuolo!" e la sera stessa diede fuoco alla mia macchina. Il giorno dopo si rese conto della stronzata. Nel giro di sei mesi ne ricomprai un'altra, modello economico per famiglie disagiate, "basta che consumi poco" dissi al rivenditore rimasto amareggiato.
Non faccio uso di droghe o alcool, non sono così, sotto questo aspetto posso essere fiero di me. In compenso sono il primo degli stronzi per tutto il resto.

Tornando a noi e al nostro discorso iniziale, c'è questo tizio che abita con me e mia madre che considera la mia una malattia. Di tanto in tanto mi permetto di chiamarlo "babbo" quando non mi passano altri dispregiativi per la mente.
Ieri mattina mentre prendevo dell'ottimo caffè ha osato rivolgersi a me con tono brusco, urlando che non dovevo portare transatlantici dal profumo di donna a casa. Lo ricordo sbadigliare, guardare la tazza di latte freddo sul tavolo e fare una faccia disgustata. Si schiarì la gola nel dirmi che mi avrebbe portato a breve da "uno bravo".
Non risposi, presi soltanto a cercare l'accendino in tasca.
Scosse la testa, guardandomi fisso negli occhi; indicò il posacenere facendomi cenno di prenderlo, lo sentìì  sussurrare qualcosa del tipo "che figlio di merda che ho".
Ci riflettei sù, non sapevo cosa rispondere, continuai a bere e fumare in contemporanea, un automa.
Lui se ne tornò a sedere sulla vecchia poltrona ormai a pezzi(abbiamo casa infestata da abominevoli gatti) quando domandai con voce rauca, a causa del recente risveglio, a che ora avrebbe cominciato a lavorare.
Questa volta fu lui a tacere.
Si alzò, prese la giacca dall'appendiabiti vicino al portone di casa, mi mandò a cagare con un sorriso  ed uscì sbattendo la porta.
La cosa mi fece incazzare.
Mia madre entrò in scena in pantofole, chiedendomi se si sarebbe dovuta vergognare anche oggi di me.
Io risposi con un "ordinaria amministrazione, madre, soltanto ordinaria amministrazione". Entrò in bagno per farsi una doccia e prepararsi come ogni fottuta mattina a condividere la croce con i propri colleghi in un desolato supermercato di periferia a fare la cassiera.
Quando ci passo davanti con la macchina mi chiedo sempre se i fornitori si ricordano dove è posizionato o se ogni volta devono votarsi al Santissimo, o al caso, o a Kermit la rana o altre divinità rurali.

Oggi mi sono alzato tardi, così tardi che non ho visto il solito via vai a cui sono abituato ogni mattina, tardi a sufficienza per non sentirmi colpevole.
Ho acceso la tv, ho passato canali su canali, mi sono reso conto di quanto spoglia sia questa nuova tecnologia, di quanto sia tutto così irreale e io così meschino.
Mi sono soffermato a guardare un cartone animato giapponese, l'unica cosa ancora decente, l'unica alternativa al suicidio in questa giornata estiva senza mordente. Devo darle un senso.
Prendo il cellulare, sfoglio la rubrica sotto la parola "cicciona", le salvo così in genere.
"Maria occhispenti cicciona", "Valeria tettecalate cicciona" e "Giulia squirtbomb cicciona" sono le preferite. Maria sa il fatto suo quando c'è da usare la lingua, Valeria pretende come una iena affamata che io esaudisca i suoi desideri più reconditi, Giulia da il culo di tanto in tanto. Non conosco i loro veri cognomi, nè la loro famiglia, nè i loro mariti, nè i loro sogni nel cassetto, e di certo non ci tengo ad ampliare i miei orizzonti. Il mio obiettivo per oggi, per la settimana, per il mio triste avvenire finchè non mi stancherò, sarà questo: lasciarmi andare agli eventi, al vento caldo della passione per un corpo sudicio, immondo, sgraziato e a volte repellente, che se ne frega della perfezione e ama l'irregolarità con le sue curve piene di perchè e risposte nascoste. Al di là di un mondo che brama la perfezione eterna vado cercando l'orripilante amore di una notte, l'angosciante certezza di trovarsi davanti il mistero del peccato nella sua vastità, nella sua lotta contro gli eventi io come uno degli ultimi uomini vago nella solitudine di un momento che sembra durare secoli. Scopando con ognuna di esse non trovo la verità, ma l'ultimo dei sentimenti umani: il piacere.
Non mi tiro indietro, non provo rimorso, non temo la nostalgia e il lento avanzare in me dell'entropia di un intero universo.
Senza maschere, solo ora e per sempre, in questi tempi bui provo invidia per l'impuro e il maniaco, figli ultimi e indiscreti della Vita.
Mi voglio male, digito il numero di Giulia.
Quasi per incanto, dopo qualche secondo, sul display del cellulare compare la scritta "rete occupata".
Spengo lo scatolone parlante, guardo uno dei tanti gatti che hanno monopolizzato la casa adagiarsi  lungo il bracciolo del divano, pensai a mio padre e alla sua dose quotidiana di offese; forse non ha tutti i torti.
Provo ad addormentarmi pensando ad una sesta abbondante, sarà l'apice della giornata.
Sento la piccola bestiola fare dolcemente le fusa mentre la luce calda del sole mette in evidenza il pelo lucido.
Trovo l'immagine così poetica da cercare con la coda dell'occhio la fotocamera in giro per la stanza.
Dopo tutto non sono una persona così cattiva, mi mancherebbe solo un pò di "tatto".

Giacomo

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