"Maria non abbisogna dell'ammirazione del mondo, così come Abramo non ha bisogno di lagrime: perché ella non era un'eroina, né egli un eroe. Ma ambedue divennero ancor più grandi degli eroi non col fuggire la sofferenza, le pene, il paradosso, bensì per via di essi.”
(S. Kierkegaard)
(S. Kierkegaard)
“Vuoi fumare?”
Mi risponde con un sorriso, ha colto la citazione. D'altronde era d'obbligo, la situazione ricorda troppo quel film, con l'unica differenza che non la ucciderò. Sembra risplendere in quel vestito rosso. Mi tende una mano, io le avvolgo il fianco e le porgo una sigaretta. Contempliamo abbracciati le luci della città, che brulica indifferente 60 piani sotto di noi. Le nuvole di fumo si sciolgono nella brezza notturna.
Mi risponde con un sorriso, ha colto la citazione. D'altronde era d'obbligo, la situazione ricorda troppo quel film, con l'unica differenza che non la ucciderò. Sembra risplendere in quel vestito rosso. Mi tende una mano, io le avvolgo il fianco e le porgo una sigaretta. Contempliamo abbracciati le luci della città, che brulica indifferente 60 piani sotto di noi. Le nuvole di fumo si sciolgono nella brezza notturna.
“Sono tutti dentro, ci stanno aspettando per il brindisi.” Si aggrappa alla mia nuca e si lascia andare indietro, ci ritroviamo in bilico in un caschè; posso sentirla respirare: “Facciamoli aspettare.”
Quindi un bacio, senza eros: pura estasi.
“Ragazzo, cosa fai ancora qui?” Mi volto di scatto, mantenendo la scomoda posizione in precario equilibrio.
“Morgan Freeman?”
“Esatto, proprio io. Non c'è tempo per le presentazioni, qui sta crollando tutto.”
“Crollando tutto? In che senso?”
“In questo senso: crollando tutto. Non hai sentito l'allarme?”
Faccio caso solo ora ai BIP! assordanti dell'allarme. Chissà da quant'è che suona, né io né lei ce ne siamo accorti. Ci stacchiamo dall'abbraccio, la prendo per mano e mi dirigo verso l'uscita, ma lei si ferma di colpo: “No, io BIP! passo per di qua” e detto questo, si lancia dal balcone e comincia a volare via. Dopo qualche secondo è un puntino lontano nel cielo.
Guardo esterrefatto Morgan Freeman, la mia faccia è un gigantesco punto di domanda. “Donne, sono BIP! tutte uguali” mi fa, col suo tipico sorriso sornione, e prende il volo anche lui.
“Ehi! BIP! Dove andate? BIP! Aspettatemi!”
Provo a volare anch'io, ma è un volo sbilenco, non sono pratico; faccio due-tre metri in aria e subito casco giù.
“Faresti meglio a BIP! prendere le scale, ragazzo, o rischi BIP! di sfracellarti!”
“Ma lei BIP! come si chiama? BIP! Come si chiama la ragazza? BIP!”
L'allarme sovrasta la mia voce. Urlo più forte: “BIP! Come BIP! si BIP! chiama BIP! la BIP! Ragazza? BIP!”, ma Morgan Freeman è troppo lontano per sentirmi.
BIP! BIP! BIP!
La sveglia suona ormai da un minuto. La mia mano ondeggia nel buio sbattendo pugni a caso, nel vano tentativo di spegnerla. La scritta rossa del LED annuncia minacciosa le 6.54 AM. Normalmente la gente mette la sveglia a orari tondi, che so, 6.45, 7.00, 7.30; io è dai tempi del liceo che la metto a orari insoliti, tipo 7.23: mi piace l'idea che in quel momento in tutta la città mi stia alzando solo io.
Ho appena realizzato che mi sono svegliato. Mi siedo sul letto a gambe incrociate, come se stessi meditando. Ripenso a mia madre che, quando al mattino passava davanti alla camera, vedendomi in quella posizione zen, mi chiamava: “Arturo, che stai facendo? Devi andare a scuola, è tardi!”. “Sto meditando sui problemi del mondo” rispondevo serissimo.
D'improvviso mi torna in mente il sogno, il grattacielo, Morgan Freeman. “Morgan Freeman”, mi scappa un sorriso.
Poi mi torna in mente lei, senza connotati precisi, senza l'immagine del viso; ricordo solo il vestito rosso, le labbra, la voce, una delle più calde e avvolgenti che abbia mai sentito (o creduto di sentire, o immaginato, non so quale sia il verbo giusto, servirebbero dei neologismi per indicare la percezione estetica nei sogni). Ricordo il tempo essersi fermato, l'estasi del bacio, la serenità dell'abbraccio: ho sognato di essere innamorato? No, sono veramente innamorato: il problema è che non so di chi.
Come si chiamava? Ci conoscevamo? O almeno credo di conoscerla, anche se non ho visto il suo volto (si può dire visto?). So solo che era bella, e che in questo momento è in una parte del mondo a me ignota. Come si chiamava? Maledetto Morgan Freeman, scommetto che lui lo sapeva...
Lei. La “Lei” per eccellenza. Se non altro per me, “La Lei” per eccellenza. Tutto quello che in una Lei vorrei che ci fosse, so che in Lei c'era, anzi c'è, perché Lei, “La Lei”, esiste. Devo solo ricordarmi come si chiama, un qualche indizio per partire alla sua ricerca, devo solo estrarla dal mio inconscio, in cui so essersi nascosta.
Chiudo gli occhi, ripenso attentamente al sogno, cerco di ricostruire i fatti.
Lei è la chiave di volta attraverso cui scaricare il peso di un Ego ingombrante, l'Excalibur piantata nei meandri della memoria che mi farebbe diventare Re, umile servitore e fiero condottiero di una nuova esistenza; ma, come nella migliore tradizione bretone, non riesco a estrarla con la forza, e rassegnato mi alzo dal letto.
Inciampo, cado. Fottuta gamba destra. Quando si dice “alzarsi col piede sbagliato”.
In fretta e furia mi preparo e sono subito a scuola.
“Ehi Kaiser, come butta?” Tutti i ragazzi che incontro mi salutano; d'altronde si sa, il bidello sta sempre dalla parte degli studenti. Mettici anche l'età insolita per il mio ruolo, si fa subito a diventare la mascotte dell'istituto. Mi chiamano Kaiser per via della gamba zoppa; il soprannome me l'avrà dato qualche giovane cinefilo. Mi piace il personaggio, accetto di buon grado; in fondo, è un modo simpatico per valorizzare il mio handicap, un po' come quei paralitici che mettono gli smiley giganti sulle ruote della carrozzina.
Mi torna in mente quella notte, la notte in cui persi la gamba, io e Cheryl stra-fatti di coca che sfrecciamo a 180 su una Kawasaki e ci schiantiamo contro il guardrail. Quella notte è stata la fine dei miei sogni, l'ingresso in un limbo.
A sedici anni, con un'esagerata solennità, il mio vecchio mi regalò il dvd di Guerre Stellari: “Alla tua età mio padre mi portò a vederlo al cinema. E' la storia che si ripete. Ricorda questo momento.” L'enfasi delle parole rese il tutto surreale, ma compresi solo dopo che per lui quel film era stato l'inizio di una passione, l'unica che il salario gli concedeva.
Come mio padre iniziai ad amare il cinema, a tal punto da decidere cosa sarei stato da grande: un attore. E non uno qualsiasi: un attore di Hollywood; ma erano solo sogni: siamo in Italia, e studiare recitazione e iniziare la gavetta vuol dire ritrovarsi a 40 anni a fare i camerieri con una buona dizione.
Così provai con una scorciatoia: diventare modello, e poi buttarsi sull'altro fronte. Il bell'aspetto me lo concedeva. Certo, non che mi interessassero minimamente moda e fama, però mi sembrava un buon compromesso. Fatto sta che, con una spinta qua e là e un po' di fortuna, mi ritrovai presto a sfilare e posare per Dolce & Gabbana, Calvin Klein e altri nomi dell'alta moda. Il tutto cominciò a piacermi, e quella che doveva essere una corsia preferenziale finì col diventare la mia strada, conducendomi in una spirale di coca-party e promiscuità.
Cheryl la conobbi durante un casting. Entrambi fummo presi per una serie di sfilate e pubblicità, un contratto a tempo determinato: poi da cosa nacque cosa e ci innamorammo. Furono mesi di puro delirio. Di sera eravamo impassibili figurine ben vestite, ma appena spenti i riflettori si accendeva la perdizione.
Una notte d'estate tornavamo in hotel dopo una festa privata, a Parigi. Il mattino dopo eravamo in ospedale: Cheryl morta sul colpo, io senza più la gamba destra. Non subii conseguenze legali: la coca ce l'aveva venduta il direttore marketing dell'etichetta per cui stavamo lavorando, che per evitare cattive pubblicità insabbiò tutto con mazzette a destra e a sinistra.
Una notte d'estate tornavamo in hotel dopo una festa privata, a Parigi. Il mattino dopo eravamo in ospedale: Cheryl morta sul colpo, io senza più la gamba destra. Non subii conseguenze legali: la coca ce l'aveva venduta il direttore marketing dell'etichetta per cui stavamo lavorando, che per evitare cattive pubblicità insabbiò tutto con mazzette a destra e a sinistra.
Mi comprarono pagandomi la riabilitazione e una protesi per l'arto monco, in cambio io non avrei detto nulla e l'incidente sarebbe stato causato da una botta di sonno. Fui impacchettato e rispedito in Italia, senza più l'unico lavoro che sapevo fare, senza un titolo di studio, con una gamba in titanio in più e una donna in meno.
E così eccomi qua, un anno dopo, venticinquenne bidello in un liceo scientifico, con una depressione cronica e crisi d'ansia post-traumatiche che non vogliono passare.
Sono le sei, è ora del mio appuntamento dall'analista. Gli parlo del sogno. Lui dice che è un segno positivo, dice che il bisogno di una donna, il provare un sentimento, sono indice di una ripresa degli impulsi vitali. Dice che è un segno di miglioramento, ma che devo comunque continuare il trattamento con gli ansiolitici.
Passano i giorni, ma non le giornate, trascorse a pensare al passato. A scuola il buon Kaiser è sempre pronto e disponibile per raccogliere la lista dei panini e portare un tè caldo ai primini col mal di pancia. Mi sento utile quanto un casellante nell'era dell'automazione.
Gli amici di una volta ormai scomparsi, ma non hanno tutti i torti: il primo a scordarmi di loro sono stato io.
Senza una donna, senza una prospettiva. Solo il sogno di qualche notte fa, un'illusione onirica, l'ennesimo segno di un destino beffardo, un vacuo ricordo da incorniciare e scordare ad impolverarsi.
Stasera vado a farmi una birra. E, come niente...
sparisco.
BIP! BIP! BIP!
Mi sveglio, la vista appannata e un fortissimo fastidio alla gola, come un'irritazione. Alzo il braccio destro, la mano sbatte contro un bastone freddo, metallico. “Dove mi trovo?” Nessuna risposta. “Dove mi trovo?” Alzo la voce, una fitta m'inchioda le corde vocali.
“Signor Vinchieri, ieri sera abbiamo alzato un po' il gomito?” Una voce di ragazza mi canzona impudentemente.
“Signor Vinchieri, ieri sera abbiamo alzato un po' il gomito?” Una voce di ragazza mi canzona impudentemente.
Io questa voce la conosco, l'ho già sentita prima d'ora?
“Dove mi trovo?”
“Dove mi trovo?”
“Si trova in ospedale, signor Vinchieri. Le abbiamo fatto una lavanda gastrica d'urgenza, sentirà del fastidio alla gola per qualche ora.”
La voce, così calda... dove l'ho già sentita?
La vista si fa lentamente nitida, i contorni delle sbarre del letto via via più definiti.
“L'hanno trovata stesa vicino a un bar del centro, con una scatola di ansiolitici vuota in mano. Io penso che lei conosca gli effetti collaterali dei farmaci che prende e i loro dosaggi...”
Finalmente le immagini si fanno chiare. In stanza con me ci sono due anziani, sembrano dormire profondamente. Il BIP! dell'ECG garantisce che il loro cuore batte ancora.
Mi volto: la dottoressa che mi sta parlando non avrà più di 25 anni, il viso appena truccato. Gli occhi verdi mi stregano, le labbra, carnose, rosse, morbide, mi ipnotizzano. Guardo il cartellino che ciondola dal petto: Dott.ssa Leila Venditti.
Leila.
Leila.
La Lei.
Un profumo di rose mi inebria, l'estasi del sogno ritorna.
Immagino il sorriso sornione di Morgan Freeman mentre mi guarda con approvazione.
Rido.
Immagino il sorriso sornione di Morgan Freeman mentre mi guarda con approvazione.
Rido.
“Cos'ha da ridere?” mi fa con tono curiosamente divertito.
“Niente”. Indico il suo cartellino: “Anche mio padre è un grande fan di Guerre Stellari.”
riotCup
Complimenti Vinz! Costruito bene, molto cinematografico. Potrebbe diventare benissimo una sceneggiatura!
RispondiEliminaMi piacciono i dettagli, i particolari, le citazioni.
Forse la storia della vita del protagonista è eccessivamente piena di informazioni esposte in maniera troppo sintetica...Per il resto invece pollice in su!
Bellissimo il giochino "Leila- La Lei" e il collegamento con Guerre Stellari!
Continua così ;)
Giorgio