15 giugno 2011

La mia storia

Eravamo tutti finalmente riuniti in quella stanza.  Una strana eccitazione riempiva l’atmosfera, quasi come l’ultima volta che ci eravamo visti, a Natale se non sbaglio. Di tutti i regali mai ricevuti quello che avevo di fronte era sicuramente il più gradito, e lo potevo leggere anche negli occhi acquosi di mia madre, avidi e desiderosi di iniziare, fieri del proprio figliolo. Mi trattenevo, cercavo di dare a mia figlia la solita impressione di uomo maturo, sicuro di sé, capace di proteggerla da chiunque. Eccola lì a capotavola la dolce Lucia, nei suoi occhi vispi e un po’ turbati intravedevo le Domande. Ma mi ero mosso d’anticipo: la fiducia in me era troppa per mettere in discussione il suo paparino, e i suoi anni erano troppo pochi per capire, perché sì, sicuramente con l’età avrebbe compreso tutto. Feci un rapido cenno a Maria: il volto rugoso di mia madre si distese, chiuse gli occhi, rapide parole pronunciate sottovoce danzarono formando una catena che ci strinse tutti e tre. La mia famiglia. E un cuore. Da arrivarci lentamente, un primo zampillo di sangue, due, fiotti sulla sua pelle color neve. Ghirigori di rose rosse, quelle che le piacevano tanto. Mia madre invece non le sopportava: le fece sparire, leccandole una ad una. E procedette anche lei, forchetta e coltello in mano. Primo morso, da non ingerire, secondo, anche. Terzo, muscolo teso. I capelli bianchi perfettamente curati di mamma erano ormai chiazzati di rosso, impresentabili. Non volevo pensare all’immagine che stavamo dando a mia figlia, il momento era troppo stimolante per pensare, un puro senso di piacere stava prendendo possesso del mio corpo che non riusciva più a fermarsi. Mia moglie era quasi irriconoscibile. Solo i suoi bei lunghi capelli color rame, che le incorniciavano le cervella, erano rimasti intatti. Lucia li accarezzava cantando, giocando con i suoi boccoli, come se niente stesse accadendo in quella stanza. C’ero quasi. La mia fatica stava per venir ricompensata e con la mia felicità si sarebbe cibata anche Maria, che aspettava la mia prossima mossa. Ci arrivai. Il cuore di mia moglie era lì, il mio trofeo gridava estasi paradisiaca. Vi affondai i miei denti. Guardai mia madre, poi mia figlia e infine il viso pallido di mia moglie, immolatasi per una buona causa. Ora anche il misero giornalista di cronaca, da sempre dietro le quinte, aveva fatto la storia. E mi sentii eroe.

Valeria

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