17 giugno 2011

Bullet in the head

La luce filtra incandescente tra gli stipiti della sgangherata porta in legno. I cardini suonano una nenia stonata accompagnando il ronzio degli spalti: a giudicare dal rumore ci saranno almeno diecimila persone là fuori. La sabbia acre mi si attacca addosso, mi irrita l'inguine, mi secca la lingua e gli occhi.
Un uomo mi passa a fianco senza degnarmi di uno sguardo. “Che ore sono?” urla in una lingua che a malapena comprendo. “Venti alle tre!” gli fa eco qualcuno da un corridoio “Tra cinque minuti lo prepariamo”.
Secondo un rapido calcolo, mi resta meno di un'ora di vita.
Mi chiamo Jacques. Sono nato più o meno otto anni e mezzo fa in un paesino della Camarga, un'umida pianura al sud della Francia. Non conosco la data precisa delle mia nascita, d'altronde a gente di campagna come la mia non serve l'anagrafe: ci si conosce tutti per soprannome, non abbiamo bisogno di assistenza statale, conti in banca o altre formalità di sorta, per qualsiasi cosa sai a chi di noi riferirti. Una vita passata in mezzo alla terra, la mia, così come quella di mia madre, con la faccia scavata dalla vergogna per le innumerevoli corna che mio padre le metteva. Dicevano che il mio vecchio avesse avuto almeno trenta amanti in vita sua, ma ogni volta per mia madre era come se fosse stata la prima. Tutti sapevano tutto di tutti nella mia contrada: il paese è piccolo e la gente mormora.
Tra un pettegolezzo e una scappatella, un giorno mio padre partì senza avvertire nessuno e senza dire quale fosse la sua meta. Ricordo le parole del nostro ultimo incontro: “Qui me le sono scopate tutte, ormai mi danno solo noia”. C'era chi sosteneva che fosse diventato impotente e, pur di difendere la sua reputazione, se ne fosse andato. Mia madre, a non vederlo più tornare e a non sapere che fine avesse fatto, si consumò velocemente, e morì di lì a poco.
Così rimasi orfano, e per quanto fossi testa calda di natura fui costretto ad abbassarla, la testa, e a vedermela a tu per tu con la terra, tutti i giorni, con la pioggia e col sole, col caldo e con l'inverno.
La Camarga è circondata dalle acque del Rodano, col suo Piccolo e Grande Braccio, e del Mediterraneo. Sin da piccolo avevo voluto vedere il mare: un vecchio in paese mi aveva raccontato di questa enorme distesa d'acqua, che lo sguardo non riusciva a dominare, che separava continenti e dava vita e alloggio a innumerevoli pesci, alghe e molluschi.
Il mare lo vidi, un anno fa, dopo che degli sconosciuti mi presero e infilarono a forza in un camion insieme ad altri della mia gente. Nessun motivo, nessuna spiegazione. Urlavano in una lingua a me ignota, che col tempo imparai a comprendere e ad identificare come spagnolo. Ci trasportarono in condizioni pietose, senza darci da bere o da mangiare, senza mai fare una sosta, neanche per i bisogni. In questo inferno tacevo e non pensavo, guardavo il mare da un piccolo finestrino che ci garantiva l'aria. Pensate all'ironia: guardare l'infinito da una gabbia...
Arrivati a destinazione mi marchiarono a fuoco e buttarono in una camerata insieme ad altri dieci. Da questa camerata non sono più uscito. Di tanto in tanto dei tizi prelevavano uno di noi, che puntualmente non avrebbe più fatto ritorno.
Covavo angoscia, rabbia, tristezza e rancore, ogni giorno di più, ogni giorno passato a non fare nulla e ogni notte passata a non dormire. Non capivo il perché di tutto questo. Non capivo cosa avevo fatto per meritarmi questa prigionia, non capivo la colpa, mia e della mia gente, gente che ha trascorso la vita col solo giogo della terra sulle spalle e qualche piacere frugale di tanto in tanto. Trovarsi in una terra straniera, trattati come oggetti, presi e buttati in una stanza in attesa del nulla eterno.
Passarono i mesi, tutti uguali, con noi a fissare i calcinacci delle mura della prigione e a chiederci cosa ne sarebbe stato della nostra sorte, se mai sarebbe finita questa prigionia; i nostri compagni di camerata sfilavano uno ad uno verso l'ignoto come perline su un abaco, finché non rimanemmo in due, io e Michel.
Michel era più piccolo di me di due anni. I suoi bisnonni giunsero nel nostro paesino francese direttamente dalla Tunisia, trasportati in qualità di forza lavoro lungo le rotte coloniali; ci conoscevamo, ma non eravamo mai entrati in confidenza, neanche in questi giorni di convivenza forzata.
Una notte sentii dei lamenti provenire da un angolo della stanza.
Michel, stai bene? Michel? Michel?”
E' finita Jacques, è finita. Domani prenderanno me...”
Che cosa? Ma che dici, Michel, che ne sai tu?”
Vedi lì? Ieri ho sentito uno che mi chiamava dalla stanza a fianco”, con la testa fece cenno verso una piccola fessura nel muro, in basso, “Un altro prigioniero, si chiama Esteban. Mi ha raccontato tutto, Jacques, tutto, quello che ci faranno, quello che hanno fatto ai nostri compagni prima di noi, quello che accadrà domani a me... Li ha sentiti, e ha detto che parlavano di uno di noi, di quello con la pelle scura... domani toccherà a me...”
Nonostante il buio che ci circondava ebbi l'impressione che in quel momento la pelle di Michel fosse diventata più nera.
Stai calmo, Michel, sta a vedere che è solo un idiota che si diverte a prenderci per il culo, non gli dare retta... calmati, Michel...”
Andai da Michel, lo calmai e lo consolai. Mi riferì quello che gli aveva detto Esteban, mi spiegò cosa facevano in questa prigione, perché avevano scelto noi, che cosa era accaduto agli altri; mi raccontò singhiozzando il motivo, il fine ultimo per cui eravamo stati catturati, portati qui, rinchiusi per quasi un anno senza mai uscire e dopo prelevati uno ad uno per poi scomparire per sempre.


Sono le 14.58 di un torrido pomeriggio di luglio.
Otto anni e mezzo fa nascevo in un paesino della Camarga.
Tre anni fa mia madre e mio padre se ne andavano, in modi diversi e per ragioni diverse.
Un anno fa mi hanno portato via dalla mia terra, dalla mia vita, mi hanno tenuto tre giorni in un camion senza poter bere, mangiare, pisciare, mi hanno sbattuto in una cella da cui hanno fatto sparire uno ad uno i miei amici e compaesani.
Mezz'ora fa due tizi mi hanno preso dalla cella e portato qui.
Venti minuti fa mi hanno drogato, percosso i reni con sacchi di sabbia, messo la trementina sulle gambe e la vaselina negli occhi, mi hanno infilato della stoppia nelle narici e nella gola già arse dalla sabbia, mi hanno conficcato degli aghi in vari punti del corpo.
Trenta secondi fa la porta di legno si è aperta, il sole mi ha accecato e il boato di dieci migliaia di sporchi, fetidi e obesi bifolchi mi ha assordato.
Tra quaranta minuti sarò morto.
Ma con me lo saranno tutti questi figli di puttana.



Mamma, mamma, vieni a vedere in tv! Corri!”
Arrivo tesoro!”
Gli orecchini orientaleggianti di una donna tintinnarono all'unisono con le perline della tenda della cucina. Raggiunse suo figlio seduto sul divano in salotto, e lo abbracciò da dietro, mentre guardavano lo schermo.
Guarda! Il toro ha incornato il torero e ha saltato la staccionata! Adesso inforca tutta la prima fila! Si! Vai toro, vai toro! Mamma, come si chiama quel toro?”
Strinse il ragazzino più forte, premendo la sua nuca sul seno. “Non lo so come si chiama” rispose.
E con un velo di rabbia negli occhi, mordendosi le labbra, mormorava fra sé e sé: “Ammazzali tutti, quei figli di puttana. Ammazzali tutti.”


riotCup

2 commenti:

  1. Esempio di perfetta short novel!

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  2. anche qui la colonna sonora Caparezziana è fin troppo ovvia :) Olè!

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