Rumore di passi al contatto con l’asfalto umido e freddo, rumore di una cucitrice all’opera, rumore di persone che conversano sulle loro esistenze insignificanti, che dicono cose che non interessano a nessuno, così, solo per dare fiato alla bocca. Rumore di un citofono che non può opporsi ad una falange determinata di un bambino dispettoso che vuole solo disturbare la quiete pubblica. Rumore del campanello di una bicicletta di chi vuole evitare di ritrovarsi a terra, con un ammasso di ferraglia inutilizzabile e qualche dolore di troppo. Rumore di una porta che si apre e cigola tentando disperatamente di richiudersi, ma rimane a metà, sospesa, pronta ad illudere chiunque, con incuranza, vi si imbatta contro. I rumori di una città che non pensa, di un cuore che decide di battere, della vita che con il suo zelo ci trascina lontano, nella dimensione dell’immaginario, per poi restituirci alla realtà a suon di calci. Cosa saremmo senza rumori? Di cosa sarebbe fatta la vita? Quale più grande illusione di un silenzio fittizio ci permette di ingannare il tempo nelle nostre ordinarie esistenze? Mentre scrivo questo racconto, svolgendo così la mia missione del giorno, ho la presunzione di trovarmi in completo silenzio … ma quale silenzio? Sento i miei rumori, i rumori delle dita che battono sui tasti ad una velocità sorprendente con l’unico scopo di comunicare delle emozioni a chi legge, emozioni che nemmeno io sarei in grado di decifrare; i rumori del mio respiro affannato, che tenta disperatamente di alleggerirsi e divenire impercettibile, per darmi l’impressione, apparente, di una provvisoria tranquillità; i rumori della televisione in lontananza, che trasmette i programmi del sabato, e mi riporta alla stupida, ovvia, costatazione che oggi è sabato, che ho fretta di uscire e di concludere queste considerazioni che sono alla portata di tutti, ma a cui nessuno ha mai pensato. Il rumore del telefono che non smette di squillare, il rumore dei tasti nel semplice atto di mandare un messaggio, il rumore della pioggia che induce al tedio e alla tristezza. Il rumore di qualcosa che capiterà e di qualcosa che è già capitato.
Nel rumore io misuro la mia vita, perché è il rumore a scandire il tempo, ad alleggerire l’attesa, ad enfatizzare la mia capacità di sentire. Eppure non c’è nulla che più del tempo,paradossalmente, mi allontana dalla vita. Il rumore mi impedisce di sentirmi davvero sola, il ticchettio incessante dei tasti sul computer è la mia unica consolazione in una stanza completamente vuota dove nessuno può sentire le grida soffocare dentro di me. Il tempo indossa la sua pelliccia, i suoi gioielli, il suo abito da sera e se ne va inesorabile e silenzioso, tra le note di un pianista che riproduce alla perfezione il suo Bach. Cosa più della musica ci da la percezione di una vita parallela, che magari un semplice frullatore cela in maniera goffa e fastidiosa?
In fondo siamo schiavi dei rumori della città, del battito di un cuore, della sinfonia mal accordata del nostro respiro. Ma questa schiavitù ci rende davvero vivi … e, mentre il Nostro orologio continua a segnare le ore, un unico pianoforte, seppur cambiando spartito, continua a suonare … a suonare … a suonare … in attesa che le luci si spengano, il sipario si chiuda, e gli applausi esplodano fragorosamente per poi lasciare spazio, finalmente, al silenzio.
Gloria
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