30 dicembre 2011

Dopo il meteorite

Non avevo molti doveri nella nuova organizzazione. Vivevamo alla giornata lavorando come muli, ma il mio incarico principale era trasportare con me una scatolina. Era nera, si apriva con uno scatto e dentro aveva due tasti, uno rosso e uno verde. Una specie di semaforo, di quelli che si usavano prima della caduta del meteorite. Il mio compito si riduceva a portare la scatola con me e ogni sera schiacciare il tasto verde. Per nessuna ragione dovevo schiacciare il tasto rosso o perdere di vista la scatolina. La pena era la morte. 
I giorni passavano piatti e niente interrompeva la quiete del lavoro, quel ritmo lento e inesorabile che si trascinava via pezzi della nostra vita. Le autorità controllavano ogni aspetto della nostra esistenza, entrando a controllare ogni più piccolo dettaglio fino a manipolarlo a loro piacimento. Non li biasimavo più di tanto, eravamo al sicuro, ma in qualche modo questo aveva significato rinunciare alla nostra indipendenza. 
Non eravamo liberi di far niente che non fosse prima accuratamente approvato. Quello che più mi dava fastidio però era il coprifuoco, che senso avesse proprio non me lo spiegavo. La sera avevo l’impulso inarrestabile di andare a vedere le stelle, ma soprattutto la luna. Non potevo farlo, ma sgusciavo via lo stesso dal mio appartamento per andare su un colle fuori città. Ci voleva mezz’ora di cammino e i rischi erano inimmaginabili ma vedere gli enormi crateri della luna creati dai meteoriti e la sua piccola distanza dal nostro pianeta ,che la rendeva una presenza ingombrante nel cielo notturno, era per me una fonte di gioia e mi dava speranza per il futuro. I popoli primitivi, prima della caduta, usavano spesso rivolgersi alla luna, esprimendo desideri. Tra l’altro avevo visto quelle che gli anziani chiamavano fotografie e mi avevano profondamente affascinato. Per di più prima la luna era piccolissima, lontana dalla Terra, invece in quel momento guardare la luna ti dava la sensazione di poterla toccare con un dito. Era strano sentirsi accumunati al passato, il mondo come lo conoscevano i miei antenati era stato spazzato via da un intrusione dello spazio e mi sentivo minuscolo in confronto alla sensazione di perdita che rischiava di trascinarmi a fondo.
Di giorno lavoravo come tutti nascondendo quella sensazione di vuoto che albergava dentro di me. Volevo parlarne con qualcuno, ma non c’era nessuno di cui fidarsi, ogni istante controllato da piccole videocamere volanti, come piccoli colibrì che seguivano impassibili lo svolgersi della nostra vita. Tutti sembravano soddisfatti, incuranti di essere lasciati a marcire in uno stato in cui l’unica cosa che contava era la produttività.
Un giorno però successe l’inevitabile. La mattina era volata via come una lunga corsa, alla ricerca di qualcosa che mancava in ogni reparto. Di solito gestire le emergenze mi tranquillizzava. Risolvere una crisi mi dava la sensazione di poter controllare anche la mia vita, così come facevo con quei piccoli frammenti. Sapevo in realtà che era inutile, ma l’illusione rimaneva incollata su di me come una gomma da masticare usata. 
Dopo pranzo però mi sedetti fuori dai locali dove lavoravo, a godermi la splendida giornata di sole che si apriva di fronte a me. Più per abitudine che per reale esigenza mi tastai la tasca dei pantaloni di teflon che aderivano completamente al mio corpo e mi accorsi che la scatolina non c’era. Il panico prese a sciogliersi nelle mie vene come acido e iniziai a guardarmi intorno disperato sperando, per un solo secondo, che fosse caduta per terra quando mi ero seduto. Come immaginavo si rivelò una speranza vana. Imprecai sottovoce incapace di credere davvero a quello che era successo. Maledizione come potevo essere stato così incapace da arrivare a perdere l’unica cosa che avrei dovuto tenere sotto controllo, l’unica cosa che doveva essermi più preziosa della vita stessa? Era ridicolo, lo sapevo. E soprattutto così imprevisto che scoppiai a ridere isterico, incapace di controllarmi. Mi succedeva sempre così, per ripararmi dalle sventure cedevo al sorriso piuttosto che alle lacrime. In realtà ero terrorizzato. Dovevo ritrovare quella maledetta scatola prima che fosse troppo tardi.
Decisi per prima cosa di andare nella mia camera, chissà che non l’avessi semplicemente lasciata sul comodino. Mi avviai mogio verso gli appartamenti ignorando chiunque cercasse di salutarmi. Non desideravo vedere nessuno, meno che mai qualcuno che potesse denunciarmi. Mentre camminavo mi venne in mente una cosa terribile. Le telecamere avevano ripreso i miei tentativi di ricerca? La sicurezza aveva già preso visione del danno? Qualche terribile soldato stava già venendo a cercarmi? Domande che si rincorrevano e mi gettavano nello sconforto. Che dovevo fare? Calmarmi innanzitutto, per il momento non c’era nessuno e dovevo arrivare in camera. Non c’era motivo per cui la scatoletta non fosse lì. Dentro di me immaginavo che fosse una sciocchezza ma continuavo a crederci. 
Una volta giunto di fronte alla porta, appoggiai la fronte contro il freddo metallo, poi tirando un sospiro passai il mio dito sull’apposito apparecchio che riconobbe la mia impronta digitale e mi diede l’accesso al locale. Entrai titubante e quasi svenni quando vidi una figura immobile sdraiata sul letto.
- Credevo che non te ne saresti mai accorto! – sussurrò solamente, ma la sua voce sembrava ripercuotersi nella stanza con la forza di una tempesta.
- Accorto di che? – chiesi l’ovvio, ignorando la voce che mi supplicava di chiedere chi fosse la persona sul mio letto, ma dovevo mostrarmi sicuro di me, difendermi da chiunque fosse.
- Non essere ridicolo sai benissimo di cosa sto parlando, altrimenti non saresti qui. – la voce era femminile, e mi dava i brividi. Non sapevo cosa rispondere, ne cosa fare. Chi era? Un nemico? Una spia? Un controllore?
- Che ci fai nella mia stanza? – le domandai imperterrito, ignorando ogni istinto alla fuga.
- Basta giochetti! – affermò quasi urlando, alzandosi in una sola mossa fluida dal letto. Pensai che dovesse farlo spesso per essere così perfetta. – sai benissimo di cosa sto parlando, del CX45.
La guardai interrogativo. Che diavolo era il CX45?
- Oh mio Dio, ma uno più sveglio non potevano sceglierlo? La scatolina! 
- Ah! – fu l’unica cosa che riuscii a pronunciare. Sembravo un bambino colto con le mani nella marmellata, incapace di difendermi. – qual è la mia punizione? – tanto valeva tagliare la testa al topo e sapere subito il verdetto!
- Ma cosa stai dicendo? Punizione? Nessuna punizione. Adesso ascoltami bene, che mi sembra che non hai capito un bel niente Zimon. Io sono Nora. Ascoltami…
La sua voce era calma e dolce e parlava lentamente per darmi modo di afferrare e comprendere tutto. Mi parlava come fossi un bambino piccolo, incapace di prestare attenzione. Mi sembrava assurdo eppure Nora era così sicura di sé non potevo non crederle. Mi raccontò che lei faceva parte di un gruppo di protesta, Navrea, che aveva come obiettivo di buttare per aria il sistema. Erano stanchi di doversi difendere dal Governo, volevano indietro la loro libertà. Si era accorta che ero infelice, che scappavo la notte per andare sulla collina e che ero distratto. Non pensavo che il mio comportamento fosse così ovvio, ma lei mi rassicurò spiegandomi che il suo compito era analizzare le persone e capire chi poteva essere portato dalla loro parte. Sospirai, tutto mi sembrava così campato per aria. 
- Quale sarebbe la mia parte in tutto questo? – sbottai alla fine, incapace di trattenermi.
- Zimon ci serviva il CX45, te l’ho preso io.
- A che diavolo ti serve?
- Lo vedrai! Ora dobbiamo andare. – si alzò dal letto e senza aggiungere altro uscì fuori e prese a camminare verso il centro della città. Non volevo seguirla, ma sembrava che il mio corpo avesse una propria volontà perché mi ritrovai mio malgrado a muovere un piede dietro l’altro, di fianco a lei. I suoi passi erano veloci, agili, e mentre camminava continuò a raccontarmi. Mi aveva scelto anche per le mie capacità organizzative e risolutive, perché sembravo solo, e perché andavo a genio al capo dell’operazione Alimond, il mio capo reparto, con cui parlavo un giorno sì e l’altro pure. Per entrare nella mia camera l’aveva aiutata proprio lui, visto che lavorando con me aveva le mie impronte. Questione di sicurezza.
Dopo un quarto d’ora arrivammo a destinazione. Un vecchio magazzino in disuso, abbandonato da diversi anni. Seguii Nora dentro tenendomi in disparte e subito venne accolta da un boato. La stanza era piccola e affollatissima. C’erano almeno trenta persone e non avrei mai immaginato che così tanti fossero insoddisfatti del regime. Sembrava una di quelle riunioni in cui tutti avevano qualcosa da dire ma nessuno si decideva ad iniziare finché non comparve Alimond al centro della sala. Tutti fecero capannello intorno a lui che stringeva le mani e sembrava completamente a suo agio.
- Gente siamo qui perché finalmente siamo riusciti a recuperare il CX45 grazie a Nora. Che ci ha portato un nuovo amico. Forza Zimon non essere timido, vieni avanti, sei tra amici.
Qualcuno mi spinse esattamente vicino Alimond che mi strinse la mano e prese poi a spiegarci il piano. Nessuno sembrava sorpreso dalla mia presenza, nessuno fece domande, tutti mi accettarono come se fossi tra loro da una vita. Mi sembrava assurdo ma in fondo cosa ne sapevo io di quella organizzazione? Navrea significava rivolta, mi spiegò alla fine della riunione Alimond, e per quanto lo odiassi al lavoro, mi fece un ottima impressione. Mi ridiede la scatolina. L’avrei tenuta io fino al giorno della svolta.
Seguirono giornate intense, ma nessuno cercò di contattarmi, e mi sembrava di aver vissuto un incredibile sogno, pieno di vaghe impressioni. Alimon rimase chiuso nel suo mondo e non mi fece mai un cenno di riconoscimento. Solo Nora ogni tanto mi faceva visita. Iniziai a pensare ossessivamente a quello che sarebbe successo di lì a pochi giorni. Saremmo stati liberi? Lo ignoravo. In cuor mio speravo solo di uscirne vivo.
Finalmente arrivò il giorno previsto. Era un giorno di festa, l’anniversario dell’inizio del nuovo regime, si usava bruciare un libro dei tempi precedenti alla caduta e poi alzare al vento un bicchiere pieno di un liquido scuro, vagamente aspro, di una bevanda che gli antichi chiamavano vino, ma che a noi non era permesso bere se non in quell’unico giorno. 
Il capo del governo passeggiava in mezzo alla folla e io mi ritrovai schiacciato tra Nora e Alimond. 
- Bene Zimon, sai cosa fare. – poi ci separammo. Il mio compito era quello di schiacciare il tasto rosso. Non avevo idea di cosa sarebbe successo. Non avevo avuto occasioni per informarmi e se anche le avessi avute nessuno mi avrebbe risposto. Forse Alimond e Nora sapevano gli effetti della scatolina.  Un singolo tasto avrebbe dato via ad una reazione a catena che avrebbe mandato a scatafascio l’organizzazione. O perlomeno questa era l’idea. L’effetto del tasto rosso sarebbe stato decisivo, e il punto di partenza della rivolta. Dovevo solo aspettare un cenno di Nora. Mi ritrovai a pensare a come diavolo ero finito in quella situazione, chi mi ci aveva messo e perché. In che guaio mi ero cacciato. Il piano doveva partire prima della cerimonia del falò e stavo fissando Alimond quando Nora mi diede una gomitata e caddi a terra facendo cadere la scatolina. La raccolsi precipitoso ma nell’atto di riporla in tasca non mi accorsi che si era aperta e così schiacciai il tasto rosso. Alimond urlò così come chiunque mi circondava e in un istante tutte le telecamere sospese intorno a noi esplosero con un boato assordante. Il capo del governo rimase interdetto e spento e da tutte le parti spinta e urla. Ma i ragazzi della rivolta non persero tempo e fedeli al piano iniziarono ad opporsi alle forze dell’ordine. E la lotta prese il via. Spari e gemiti si diffusero per la piazza in cui eravamo riuniti, bambini e anziani si ritrovarono spintonati a terra. Urla si propagavano in quello spazio ristretto destabilizzando la folla e la polizia che cercava di catturare chi lottava apertamente contro di loro. 
Ripensai alla luna e mentre cercavo di mettere in salvo una bimbetta di nove anni un proiettile mi perforò la coscia. Trascinai a fatica la bambina in un angolo e riuscii a consegnarla intatta tra le braccia della madre. Ma per me era finita o perlomeno così pensavo. D’un tratto ci fu solo buio.
Mi svegliai dopo un tempo indefinito tra le braccia di Nora
- Che cosa è successo? – biascicai esausto.
- Ti sei svegliato, meno male. – mi strinse forte e mi accorsi delle lacrime che le scendevano silenziose sulle guance. 
Incespicando sulle parole che cercavano di uscire veloci, mi raccontò che la rivolta era stata sedata, la folla dispersa e le celebrazioni annullate. E che un piccolo gruppo di noi era riuscito a mettersi in salvo, compresi noi due. Avremmo organizzato qualche altra cosa. Io ormai ero un ricercato, per via del fatto che avevo schiacciato il tasto rosso. Tutti sapevano che il CX45 era nelle mie mani. Dovevo rimanere nascosto.
- Ma a che diavolo serviva la scatolina? – le chiesi incapace di comprendere.
Lei paziente, col tono da maestra mi spiegò che il tasto verde trasmetteva le informazioni raccolte dalle telecamere in un hardware che le processava tutte e cancellava la memoria per poter essere utilizzata il giorno dopo. E che gli effetti di quello rosso li avevo visti quel giorno. 
Lei continuava a parlare, a entusiasmarsi per i nuovi piani del Navrea ma l’unica cosa a cui riuscivo a pensare io era come un singolo tasto avesse dato il via ad un marasma di immani dimensioni e a come era stato la prima scintilla della rivoluzione.
Annachiara

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