Bruno Amigi, studente di ingegneria civile, commesso, sostituto inserviente quando quest'ultimo stava come stava dopo ore di alcool e droga notturne.
"Signor Amigi, il vomito!"
Era il direttore, stronzo il giusto, quel tanto che occorreva per segnare una linea di demarcazione, non profonda ma decisa, dal resto dei suoi dipendenti.
Che poi, signore: signore solo da 3 anni, ne aveva 21! Ed essere chiamato così gli dava un nervoso: già al liceo non sopportava quella professoressa solita a dargli del Lei, di un'ipocrisia, ma di un'ipocrisia...
I rivoli marrongialrossarancioni che si disperdono sotto la pressione del Mocio Vileda sono utili per smettere fantasticherie pseudo-filosofiche che tanto piacciono ai Giovani del Dolore di oggi (ma non solo di oggi, un po' di sempre). E mentre (non si mette la "e" all'inizio di periodo, ancora lei, dannata prof del
liceo!) Bruno era così impegnato, dalla cassa una risata leggera, sardonica.
"Sono così buffo anche nel pulire il vomito?"
Nessuna risposta, solo altre risa, un po' beffarde un po' no.
Era una sua caratteristica (di lui, s'intende): l'indecisione. Sempre, sempre nel dubbio, ma quel dubbio che ti travolge e ti paralizza. Aveva sempre, sempre avuto problemi relazionali, non tanto con gli amici, ma sarà stata quella sua sfrontata e spavalda misoginia che malamente nascondeva l'insicurezza grassa che fagocitava tutte le sue possibilità in campo emozionale. Sempre, sempre. Non che non avesse avuto delle ragazze, eh; ma erano più che altro loro a farsi avanti e lui che sottostava, quasi gli costasse.
Suono campionato di campanella dagli altoparlanti.
- 10 minuti dopo -
"Ancora con queste sigarette? Dammene una, va'."
Una delle poche che aveva il coraggio di chiedergliele: le sigarette dei pirati, così le chiamava lei per via del veliero riportato sul pacchetto verde, rigorosamente morbido. Che poi a lui non dispiaceva offrirgliele, alla cassiera: lei sapeva come fumarle. E fumare una sigaretta senza filtro non è cosa da poco, non solo per la pesantezza del tabacco: ci vuole una tecnica tutta particolare, nell'aspirare, tenere in bocca, scrollare la cenere; altrimenti va tutto a puttane. Bruno le fumava per 2 motivi, oltre al particolare, piacevolissimo gusto che puntualmente inondava i suoi polmoni:
1. Gli ricordavano il nonno, morto 10 anni prima.
2. Era troppo divertente vedere le facce stravolte delle ragazzine che non riuscivano neanche a tirare una boccata dopo averne scroccata una.
Faceva caldo, d'altronde era Agosto, ma se ne rendeva conto solo ora: l'alimentari tutto copre e confeziona, anche l'aria. Ancora una volta si salutarono, o meglio, lei lo salutò col solito abbraccio che diceva tutto e niente. E lui, contenuta l'erezione, ancora una volta si diresse verso casa, pronto come non mai a scrivere quel racconto che da tempo si riprometteva di iniziare. Il tema gliel'aveva suggerito
proprio lei: "Esiste il finale perfetto?"
Bruno accende il pc, controlla le mail, "fa un giro" su facebook (twitter no: troppo radical chic).
Apre il "Blocco note". Inizia a scrivere di un certo Mino, studente universitario anche lui, ma di economia e commercio, crea una storia a sé, con qualche cenno autobiografico, non so, qualche personaggio che ritorna, il nonno, la professoressa tanto odiata al liceo, il lavoro nauseante e
debilitante con cui si paga (il personaggio o lo scrittore?) gli studi, la ragazza che gli piace da un po', ma a cui non ha il coraggio di farsi avanti, l'insicurezza, la misoginia, qualche atteggiamento, insomma la solita lagna un po' vittimista un po' paranoica che non piace a nessuno, ma in cui tutti chi più chi meno possono ritrovarsi.
Poi il colpo di genio.
Finora zero narrazione, solo descrizione. C'é un inizio in realtà? E se l'inizio fosse l'identico opposto della fine? E se invece del finale perfetto non si creasse nessun inizio e quindi nessun
finale? E se la storia non restasse che routine? Che descrizione?
Troppo tardi, si é già scritto che Bruno ha scritto.
E non é forse l'atto stesso dello scrivere l'inizio di una storia?
Mino Ano
Scrivo questo commento per chiarire il messaggio che volevo mandare, sarebbe bello anche leggere ciò che, invece, ne avete tratto voi: a mio parere, il finale perfetto non esiste, in quanto, essendo l'opposto dell'inizio, anche questo dovrebbe essere perfetto, così come tutta la storia; il finale non è un ente a sè stante, ma un tutt'uno con la storia: se questa non è perfetta, non può esserlo neanche il finale. Essendo per lo meno io incapace di scriverlo, ho provato a fare l'opposto, cercando (circolarmente) di avvicinarmi alla perfezione, ossia scrivere una non storia: nè inizio, nè fine, nessun'azione, nessun imput. Purtroppo anche questo è impossibile: lo scrivere un racconto è già narrazione, in realtà. I libri sono oggetti, costituenti una realtà a sè stanti, così come completanti la realtà "della vita". Scusate se mi sono espresso male, ma negli ultimi due giorni ho dormito 4 ore, e non perchè voglio farmi il bohemien, sono solo un coglione XD.
RispondiEliminaPenso che il tutto si regga su un postulato condivisibile o meno, ovvero che il finale sia "l'opposto" dell'inizio: non ne vedo il motivo.
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