Cosa cercava Maria non lo sapeva nessuno? Forse solo un mucchio di bugie con cui imbottire i suoi pensieri. Tu invece dicevi sempre la stessa cosa e non chiedevi nient'altro. Consegnandomi le carte
mi ripeti sempre “Ma là, si scopa?” con la tua pedante cadenza marchigiana mentre io ti incalzo a proseguire la tua storia.
“Ma allora lei cosa ha fatto?”
“Bè, la so portata a casa e niente. Una robba leggera, da school party. Così.”
“Così cosa?” fingendo sete di dettaglio.
“Niente un ditalino, una robba così. Ma io me la volevo scopare, cazzo, se volevo. Allora mi so' calato le caze mentre le ravanavo la figa...”
“Poi?”
“Poi è arrivata mammema, porco Dio” la bestemmia strappa alla cantilena una leggera pausa. Lui non si accorge che all'imprecazione avevo sgranato gli occhi, divertito dall'assurdità del racconto, e continua:
“E niè. La so cacciata fuori. Tanto già due me l'ero sbattute nel bagno del locale.”
“Una notte proficua!”
“E la madò” mi fece lui.
Una pausa. Dall'altra stanza si sente il rumore della tv accesa, i sorrisi delle attrici pubblicitarie e tutte le belle storie sui pomodori italiani. Poi torno alla domanda principale.
Cosa cercava lei? Cosa voleva Maria?
“Poi con Maria è finita lì? Non l'hai scopata?”
“Non lo sai?”
“Cosa? Che ha lasciato il paese?”
“Sì” abbassasti lo sguardo. Di là i consigli per gli acquisti erano finiti. “Ma allora, dove stai te, si scopa?”
Capisco che non c'è molto altro da dirsi. Oramai è tutto finito. E dispiaceva solo a me. Ci siamo lasciati per questo. Quando io non ho preso né l'amore né il corpo di Maria per preservare la mia eleganza e tu non sei riuscito a star dietro ai miei cambi di stile, alla mia diversità.
Poi hai seguito Maria. Io ho seguito i giochi iperuranici della mia testa. Maria ti ha schiaffeggiato ed è corsa da me. Io mangiavo sushi per merenda, mentre dipingevo campi di iris viola guardando le ciminiere delle fabbriche in lontananza, oltre la città.
“Cosa ci posso fare io, Maria. Pensavo che avessi le idee chiare”
Poi il silenzio. Per la strada degli estranei. Dicono che tu spacci droga e Maria non va più a scuola. Io brillo. Come sempre. Era il mio sogno tra l'altro. Brillare ed essere irraggiungibile, imperscrutabile. Successo. Intanto il telefono squilla. Quale prossimo film potrò girare?
“No quello no. Solo personaggi belli e dannati.”
Intanto appaio sui tabloid, sui rotocalchi dall'oscena impaginazione. Io rimpiango l'anonimato. Ma la gente deve proprio interessarsi a me. Non è una domanda. È un'affermazione.
Chiacchierata telefonica, intervista radiofonica, comparsa televisiva. Parole su di me, sul mio essere un ragazzo “normale”, semplice un po' superficiale. Parole, parole, parole. Poi... un istante di verità.
“Ma non ti rendi conto che ci hai perso? Che hai perso le uniche persone che ti sono mai state affianco?” la voce di Maria oltre la cornetta del telefono.
“Io non piangerò per voi. Siete sempre gli stessi e rimarrete lì.”
“Non sei speciale. Sarai anche eccezionale ma rimarrai solo nella tua eccezionalità... Addio”
Addio. Il saluto definitivo. Segno di una tragicità, di una numinosità impellente e distruttiva. La mia vita che si dirama verso nuove strade. La gioia di brillare più che mai nella corruzione, nel sangue e nella morte passionale. Eroe o sciocco innamorato? Qual è la differenza quando l'ultima tappa è la morte? Io che esplodo in un rombo notturno di luce. Questa è la giusta fine.
“Maria, non lasciarmi! Io ti amo?”
Maria. Maria. Maria. Maria. Maria. Maria. Maria. Maria. Maria. Maria. Maria.. Maria.
Maria per ogni ora del dì.
Maria. Maria. Maria. Maria. Maria. Maria. Maria. Maria. Maria. Maria. Maria.. Maria.
Maria per ogni ora della notte.
“ Se mi ami torna a casa. Maria non lasciarmi”
Tu che dici no. Che sfuggi. Ma mi avevi sempre voluto, non è così? Io che danzo al buio con le mani, con le mani tra i capelli. Sotto i riflettori dello spettacolo tutti mi piangono. Manchi solo tu. Alcuni dicono che la follia mi ha reso più bravo. Quando piango in scena lo faccio così bene. Nella vita è molto più difficile. Quando muoio in scena lo faccio così bene. Nella realtà è un po' più difficile.
Ma chi ha bisogno della vita? Chi ha bisogna della realtà? Siamo solo l'agglomerato delle bugie e dei rimpianti dei nostri genitori.
Maria lo aveva capito guardandomi negli occhi. Svelando la maschera del mio amore, della mia essenza.
Siamo solo carne con una scadenza molto tarda.
Tu lo hai capito ascoltando l'assurdità dei miei viaggi mentali. Ora parli scuoiato e ti inebri al velato odore della tua urina mentre il sangue te lo ingrossa.
È tempo di tornare a casa.
Ora è Natale e come sempre giochiamo a carte. Maria non c'è. Tu continua a dirmi:
“Ma nel tuo giro si scopa?”
Io sorrido astuto.
“Oh, ma quando lo giri il prossimo film? Cazzo, purio vorrei fare una comparsa, una particella, ma non so' bravo a recità. Recità è difficile.”
“Non troppo. Alla fine lo hai sempre fatto”
Tu mi guardi distorto. Butti sul tavolo la tua carta vincente. Non puoi capirmi.
Tu sei un pezzo difettoso, come lo era Maria. Un mostro che non è riuscito a sopraffare la propria umanità. Tra noi tre solo io ero l'unicorno, voi i due cavalli. Tu uno stallone, bellissimo,vistoso, massivo ma pronto a tutto pur di un pezzo di carota, per te, meglio, uno squarcio di femminilità. Maria un elegante puledra ma perennemente in fuga. In fuga dal destino d'illusioni che ci portiamo dietro. Io l'unicorno. L'unico. Io. Colui che aveva svelato la vera regola del nostro gioco.
In tutte le famiglie che si rispettino, si sa, non deve mancare una perla di eleganza, un fanciullo brillante. Io ero quel fanciullo. L'unicorno, che né te, né Maria potevate essere.
Ecco.
La mia carta vincente scende sul tavolo da gioco.
“Sì scopa tantissimo”
Jacopo
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