“Le esigenze morali di fronte alla sofferenza, in effetti, convergono tutte verso un unico imperativo: quello dell'azione. L'impegno è impegno nell'azione; intenzione di agire; orientamento verso un orizzonte di azione. Ma quale forma può prendere questo impegno quando colui cui è richiesto di agire si trova a migliaia di chilometri da colui che soffre, comodamente sistemato, al riparo, davanti alla sua televisione, nel soggiorno di casa sua?”
Lo spettacolo del dolore, Luc Boltanski
Nel corso degli studi ho affrontato questa tematica e, sebbene le lezioni del professore siano state abbastanza noiose, ho approfondito sul libro “Lo spettacolo del dolore” del sociologo francese Luc Boltanski e l'ho trovato uno spunto essenziale da cui cominciare a guardare con maggior consapevolezza la situazione.
Il rapporto tra media d'informazione e spettacolo della sofferenza è ormai un matrimonio celebrato secoli fa ma oggi assume forme sempre più distorte e perverse. Quando parliamo di gusto per il macabro da parte dei media dobbiamo necessariamente risalire al motivo dell'impiego della sofferenza altrui nel mondo della politica, nel senso greco del termine: nel mondo del pubblico.
Qualsiasi media si prenda in considerazione ci si accorge che oggi più che mai la sofferenza è sbattuta in prima serata, in prima pagina, in prima linea. La sofferenza altrui è la notizia, questa viene indagata, spogliata, spezzettata, ricostruita, vivisezionata, uccisa e riportata alla luce proprio quando si pensava (e sperava) che il caso fosse archiviato. Tanto meglio se la sofferenza è causata da un'azione terribile, sanguinosa, putrida e ferina.
I media informativi, è pacifico, hanno il dovere professionale di riportare la cronaca bella o brutta che sia (perdonate la generalità e la soggettività di questi aggettivi) e tutto deve essere raccontato senza censura. Quando riceviamo una notizia di sofferenza altrui e che a noi non tocca minimamente perché lontani dal luogo in causa, abbiamo due possibili e ragionevoli reazioni: il “pagare” e il “parlare”. Pagare nel senso di stanziare qualche fondo per una delle tante tragedie umanitarie o naturali che quotidianamente vessano la vita di miliardi di persone. Oppure resta l'altra possibilità: parlare. Delle due reazioni soltanto una è pubblica, ossia è innestata nella vita comunitaria: il parlare. Mentre il pagare possiamo farlo nella nostra individualità e senza parlarne con nessuno, per parlare si presuppone un secondo individuo che ascolta e partecipa al lògos. Il pagare può anche essere una scorciatoia indolore per evitare di mettersi in discussione, mentre la parola mette in discussione tutto te stesso sempre.
Ecco che arriviamo al momento di osservare come la parola può estrinsecarsi, può realizzarsi nel pubblico. Vi rendo partecipi di un analisi non mia ma che tutt'ora uso per capire qualcosa in più. Tre sono i luoghi di argomentazione, topiche, in cui la parola può prendere vita.
La prima è la topica della denuncia. L'osservatore riporta la macabra azione che reca sofferenza ad un infelice. Qui entra in gioco il sentimento dell'indignazione verso il probabile persecutore e questo prende il sopravvento sulla notizia e sull'infelice stesso. La sofferenza passa in secondo piano, quello che importa è denunciare pubblicamente il persecutore (sempre probabile).
La topica del sentimento ha a che fare, contrariamente alla prima, con il sentimentalismo e nella tragedia ci si sforza si individuare un benefattore, qualcuno di santo che allevi la sofferenza dell'infelice. Qui impera la convinzione sentimentalista della bontà che risiede in fondo all'animo di ogni persona e per questo si presta alla critica Hobbesiana prima e Nietzschiana poi.
La topica estetica prende le mosse dalla critica alle precedenti topiche: l'indignazione non è altro che una persecuzione nascosta; la commozione nient'altro che un godimento egoistico di cui non si era a conoscenza. La sofferenza non viene presentata nè ingiusta nè commovente, bensì sublime. Il sublime, un'azione terribile, inspiegabile e per questo affascinante. Una presa di coscienza del fatto che il male è parte del mondo.
Quando di fronte al telegiornale o al quotidiano veniamo bersagliati da parole e immagini narranti fatti orribili, dettagli scabrosi, interviste masochiste, approfondimenti purulenti, non fermiamoci alle semplici reazioni appena elencate, c'è molto di più. Perché il media vuole farci reagire in un certo modo? Per quale motivo i media si stanno specializzando nell'omologazione delle reazioni di massa? Perché la televisione è diventata la sorgente delle nostre categorie di giudizio? Lungi da me proporre tesi complottistiche.
Con cognizione di causa il motivo originario era muovere le coscienze, far si che le persone agiscano e si impegnino in un'azione pubblica. La parola è di per sé propedeutica all'azione, ma l'azione ormai sembra svolgere una funzione ancillare. I media non stanno muovendo le coscienze, muovono però molto più di prima le parole. Si fermano alle parole, alle emozioni intrise di patetismo assoluto, alle lacrime dettate da un copione scritto di umanitarismo affettato e ingannevole.
Deve rinascere la politica della pietà e non la politica della sofferenza. La politica della sofferenza muove l'azione in quanto si cerca di riportare giustizia per la totalità degli infelici; la politica della pietà ha a che fare solamente con l'urgenza, senza implicazioni politiche, senza ricerca di colpevoli o di individuazione di eroi. Soccorriamo un infelice solamente perché infelice e non soccorriamo un individuo per ciò che rappresenta o per la sofferenza causata da qualche nemico della democrazia... Il gusto per il macabro serve da mangime per il sentimentalismo egoistico e sadiano. Ma non siamo porci con sentimenti noi, eppure tentano di ingozzarci di queste ghiande sadiche.
“Se, dunque, esistono al mondo esseri i cui gusti turbano tutti i pregiudizi ammessi, non soltanto non bisogna stupirsi di loro, non soltanto bisogna punirli o rimproverarli; bisogna invece servirli, accontentarli, eliminare tutti i freni che li disturbano e fornire loro, se volete essere giusta (i), tutti i mezzi per essere soddisfatti senza rischi.”
(Systéme de l'agression, pp 113,114)
Gianmarco Ferrari
come sei accademico, Ferrarie!
RispondiEliminaConcordo con quanto dice Jimmy, si alimenta di continuo questo sentimentalismo vacuo per chissà fare cosa... io una tesi ce l'ho, e l'ho scritta in un saggio breve che pubblicherò qui tra qualche giorno. It's a mad world...
RispondiEliminaPer quanto l'analisi che hai riferito possa essere accusata di didattismo (può esserlo ridurre a sole tre topiche le finalità del lògos), è pur sempre molto lucida e illuminante, e merita una riflessione da parte di tutti gli interessati.
RispondiEliminaHo letto con piacere!