Mi chiamo Susie Salmon e sono morta.
Ho sempre voluto diventare famosa, non so perché, forse colpa di mia madre che mi ha cresciuta con il mito del red carpet e delle luci dei flash dei fotografi, quel mondo tutto luci e paillettes che fa sognare tutte le ragazzine del mondo. Il motto era “Belle e famose a tutti i costi”; mia madre lo ripeteva come un mantra, per motivarmi alle sfilate e agli eventi. Avrei voluto diventarla, famosa, ma sono morta. Per fortuna sono morta.
E’ ironico vedere che lo sono diventata lo stesso, molto più di quanto avrei potuto sicuramente sperare. Qui dal mio Cielo ho sempre seguito la mia vicenda con grande interesse. Sin dal primo giorno ho occupato tutte le prime pagine dei giornali con titoli del tipo “Trovata morta la piccola Susie” oppure “Trovato il corpo di Susie, si cerca il colpevole”. Era chiaro che tutta la nazione aveva ascoltato la mia storia e ne era rimasta affascinata. Ero diventata Susie, la figlia di tutti. E così, dopo Sarah e Yara ero arrivata io; Il palco era mio e nessuno avrebbe potuto distogliere l’attenzione mediatica da me; anche perché io ho, o meglio avrò, una cosa che Sarah e Yara non avrebbero mai avuto, una cosa che mi avrebbe regalato l’eternità, la fama eterna: io ho la prima serata. Io sarò la prima vittima di omicidio della storia la cui autopsia andrà in onda in diretta su Canale 5, con uno Special di Pomeriggio Cinque. L’evento televisivo dell’anno e io ne sono protagonista. Non è magnifico?
Si ricorderanno di me per sempre. Sempre.
E’ arrivato il grande giorno. Sigla. Una standing ovation accoglie una raggiante e commossa (leggasi ipocrita) Barbara D’Urso. Promette gossip ed espone la scaletta alla folla festante. Si va avanti quaranta minuti parlando di sciocchezze. Un ex-concorrente di un reality show dice che è stato fatto fuori perché il gruppo lo escludeva. Punta il dito contro un’oca perché lei lo avrebbe calunniato. Qualche grassa matrona tra il pubblico sputa saliva e sentenze. L’intervista finisce, è arrivato il mio momento. Barbara si fa seria, annuncia la mia entrata accompagnata dal medico legale del comune in cui mi hanno ritrovata. Il medico chi china pensoso sul mio corpo, cercando di decifrare l’enigma, poi procede < Possiamo procedere con l’incisione> proclama a gran voce. La folla emette unanimamente un boato di gioia, persino qualche urletto isterico di curiosità. Il medico procede: la lama del bisturi taglia il mio torace e il silenzio del pubblico come la più affilata delle armi.
Uno alla volta vengono espiantati i miei organi e analizzati. In particolare il cuore, quello più colpito dalla lama che ha causato la mia morte. Dopo venti minuti di intensa concentrazione il verdetto è uno .
Il pubblico scoppia in un orgasmo di urla, boati, applausi e strilla di entusiasmo.
Mi chiamo Susie Salmon e sono morta nella maniera peggiore possibile, ma la mia ricompensa è il 70% di audience e questo mi basta.
Vincenzo Capriotti (jr)
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