5 gennaio 2012

Tasti dimenticati

  • Piano, signore?
  • Quarto, grazie.
  • Al quarto c'è la bisca clandestina, signore.
  • Facciamo il terzo allora, cosa c'è al terzo?
  • Orgia, signore.
  • Al settimo?
  • Lettura di libri per bambini.
  • Andata.
L'addetto all'ascensore, l'inserviente, un giovane ragazzo sulla trentina, con una delicatezza innata premette il tasto indicato dall'uomo di mezz'età. Sorridente, in modo spavaldo, provò a non pensare al terzo piano.
Fuori un sole accecante, il sole che ti scava la pelle, quello alle tre di un pomeriggio infernale passato a scegliere l'obiettivo di una giornata che già parte male.
Entrambi provano a non guardarsi in faccia, quasi timidi, quasi arrangiati a pensare alle turbe di un infanzia passata a guardare sotto le gonne delle donne.
Guardano, in simultanea l'orologio posto sopra le loro teste, e pensano, sempre in simultanea che la vita è un grosso culo grasso. Mastodontico, immenso e mai sodo.
  • Siamo arrivati, signore. Sicuro di voler partecipare a questo supplizio?
  • C'è alternativa?
Il ragazzo fece l'occhiolino, e ripartì in solitudine dentro la cabina vuota di un ascensore mal funzionante.

"Dovevo già essere qui da più di mezz'ora, che io sia dannato" pensò il protagonista del racconto. I soliti ritardi, ritardi esistenziali e ancora turbe, turbe d'un'infanzia passata a giocare a dadi.
Si accostò una donna dai capelli color della ruggine, dalle movenze prettamente femminili, una rarità. Chiese una sigaretta, in tono di sfida. "Non fumo, non fumo da un anno, mi spiace" la interruppe lui.
Lo guardò fisso, gli accarezzò il viso e se ne andò.
"Forse sono al terzo piano, forse quello si è sbagliato. Non voglio nemmeno pensarci..." pensò tra sé e sé, sudando quasi freddo al pensiero.
Camminando lungo le fila di appartamenti e stanze d'albergo provò un pizzico di tristezza, mista a malinconia fulminante. Eppure era lì, doveva esserci, punto.
Uno strano energumeno, dalla forma sferica, centoventi chili di speranza e riservatezza, lo prese a tradimento sottobraccio, sbucato da un altro universo.
  • La guido io, lei si è perso, non è così?
  • Da qualche tempo, grazie per l'interessamento.
  • Vieni con me, entra qua.
Lo sbatté con forza dentro una camera, tappezzata di luci, qualche ombra e molti mobili, antipasti a buffet e libri, una pila di libri giganti si stagliava al centro di quelle quattro mura.
  • Ben arrivato mio caro! - Urlò un uomo in completo elegante, papillon slacciato, rosso in volto come le rose disinfettate nei centri commerciali.
  • La conosco?
  • No, certo che no, ma per me è già un fratello, basta guardarla in volto per capire l'anima di una persona. Non perda tempo! Mangi, s'ingozzi di questo ben di Dio, faccia presto!
Imbarazzato, fino al punto di sentirsi male, tentò di uscire dalla camera aggrappandosi furiosamente alla maniglia. Chiusa, la porta è chiusa, nessuna via di fuga.
  • Cosa diavolo avete fatto?
  • Niente, è la sua coscienza che le consiglia di non fuggire. Segua il suo istinto e si lasci andare. Beva!
Faccia allucinata, sguardo perso nel vuoto, si adagiò lentamente sulla prima sedia che trovò. Prese un bicchiere, calice dei tempi, lo riempì di perdizione. Provò a non pensare, a non pensare a quelle dannate turbe d'infanzia, quando la vita scorreva lungo il fiume dietro casa e le barche di carta solcavano le scie d'acqua e fango.
Le luci divennero arcobaleni, e gli arcobaleni falchi lanciati all'orizzonte, in sottofondo solo le risate e le lacrime di una città persa dietro a tassisti e dosi eccessive di spazzatura.
Intonò una vecchia canzone, sentita alla radio da chissà quale epoca, e tutti presero ad ascoltarlo. Applausi a testa alta, sorrisi e strette di mano, per un uomo che nemmeno conoscevano.
Quando l'alcool prese il sopravvento, ormai erano tutti persi dietro ai loro libri, ognuno a recitare il ricordo, la propria favola per bambini inesistenti. Erano loro i bambini mai cresciuti, era per loro quel recitare scoordinato e frastornante.
  • E tu, quale fiaba hai scelto?
  • Questa – disse, indicando un libro ancora da sfogliare.
  • Leggi, ti ascoltiamo, ma fallo piano, altrimenti non riesco a commuovermi.

Giacomo

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