Per quella mattina avevi noleggiato un viso diverso, un viso più vecchio. La notte ti era durata anni al modico prezzo di due occhiaie e mezzo pacchetto di sigarette. Mi venisti incontro con quel silenzio di sospiri che solo tu sapevi urlare. Il freddo ci corrose gli scheletri durante il tempo di un abbraccio. Un quarto d'ora di ritardo al binario cinque e la consolazione di vederti e non capirti ancora un po'.
Novanta centesimi costa il caffè e al bar c'è sempre la fila. Un lungo elenco di ritratti sbiaditi dal sonno delle 6.00, quando si sentono le palpebre pesare come fossero serrande. Le tazzine erano piccole ma il caffè non si faceva bere. Ci costrinse a biasimarlo per circa sei o sette minuti finché il mio sguardo, distrattamente, incontrò il tuo. Un incidente di percorso che ammutolì persino i treni. Vittime quella decina di centimetri tra le nostre piccole bocche. Seguì un rosario di pareri al quale preferii non prender parte, una fitta trama di ricordi a cui sfuggii annuendo di tanto in tanto e infine il tuo stare zitta che mi prese di sorpresa. Si sedette sul mio stomaco circa un quintale di rimpianti, ottanta chili di discorsi incompiuti e una catena di occasioni con anelli poco affidabili. Vomitai il nulla per due secondi finché la voce non si mostrò. Un'imprevista emorragia di sentimenti, punti di vista disconnessi ma fin troppo messi a fuoco. La nostra storia è nel cubismo pensai sbadatamente.
Non oltrepassare la linea gialla gridai più volte senza aprir bocca, i megafoni lo ripetevano quasi fossero d'accordo. Il regionale non ha mai un bell'aspetto ma lo fissavi sbalordita. Era l'illusione di una prima classe e di una vita dignitosa, a me sembrava uno di quei tanti tumori della Trenitalia.
Punti di vista disconnessi ma fin troppo messi a fuoco, replicò la mente in un monotono sospiro.
Massimiliano Biondi
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