Finalmente nel grande studio del boss. La moquette grigia si assottiglia gentilmente sotto i miei piedi mentre entro, inondato dal giallo del mattino. Lo vedo, ritto dall’alto del suo metro e cinquanta di statura, fissare la sua grande parete-finestra che da sull’intera città. La sua città oramai, da quando ha fatto il grande passo approdando alla tv. Squallido. Almeno quanto il suo sorrisone, le sue poltrone in pelle, la sua testa asfaltata dai capelli impiastricciati e il suo completo gessato. Dalla forfora.
Mi fa cenno di entrare. È lontano dalla sua scrivania, pensieroso com’è, assorto davanti allo spettacolo della skyline. Sta a vedere che prima che il colloquio sia finito questo coglione mi parlerà dei suoi nuovi vetri antisfondamento. ‘Buongiorno, venga pur qui. ha già visto i miei vetri nuovi vetri antisfondamento?’ Tac, che vi avevo detto. Un coglione il mio capo, fatto e finito. Stringe due bicchieri in una mano e un vecchissimo rum Zacapa nell’altra. Bere alle dieci del mattino, non so perché ma me lo aspettavo da lui. Da quando tutti i matti hanno smesso di uccidere nei vicoli e risolvere i propri dissidi col vicino di casa parlandoci, invece che dandogli fuoco, si respira una brutta aria in redazione. La cronaca nera, oramai un ricordo del passato. Del mio glorioso passato. Un fasto invernale almeno, dato che ora con l’estate non abbiamo niente da dare in pasto alla gente, affamata com’è di un caso che li incolli sudati davanti alle tv in queste afose giornate di sole, a giudicare e sputare sentenze sui meschini protagonisti, godendosi l’aria condizionata.
‘Lei è l’uomo giusto che fa per noi, al momento’ mi elogia. Bè, comincia bene il nanetto. ‘Ora più che mai abbiamo bisogno della sua personalità, della sua esperienza per rilanciare il network. Ci serve una storia che appassioni, che inchiodi gli spettatori al tg delle 20, qualcosa di potente che solo lei è in grado di procurarci.’ Questo sì che è un buongiorno come si deve, dopo il mese di merda da cui vengo. ‘Un bicchierino, amico mio?’ ecco, non si ricorda il mio nome. Lo fa con tutti, il bastardo, con quei due termini strampalati posti alla fine del discorso. ‘Questo che le sto per mettere in mano è uno scoop fondamentale. Tanto vale festeggiare, non trova?’ e chi sono io per mettermi contro il grande capo, che ora mi fissa con aria severa. Prendo un goccetto e lo butto giù in un colpo solo, agitato come sono di sentire il tema di questo fantomatico articolo, il motivo per cui mi ha convocato. ‘L’arte della cronaca nera, ecco cosa ho imparato dal mondo dell’editoria indipendente: la gente vuole sangue, cascate di sangue, per provare emozioni forti, immedesimarsi nei drammi e sentirsi viva. Vuole ragazzine sbudellate nei boschi, anziane picchiate ai bordi della strada e barboni dati alle fiamme, per tornare come bambini che guardano colpevoli dal buco di una serratura, che guardano un film vietato ai minori. È lo stesso principio per cui ci incuriosisce un incidente d’auto cruento, sa? Ci ripugna, ma non riusciamo a distoglierne lo sguardo.’ Riaffiorano in me immagini poco gradite. Ammetto però che ne mastica di giornalismo lo gnomo malefico, e sa anche che strada prendere per fare audience in questo campo.
‘Ma mi parli un po’ di lei’ mi incalza incuriosito ‘viene da un mese veramente pesante non è vero?’. Si sa le buone notizie corrono in fretta, e le cattive anche più veloci.
Comincio la litania e gli espongo le mie sciagure. Sono sempre stato un giornalista da strapazzo e dopo l’articolo sul ponte, all’inizio del corrente mese, ho fatto un incidente in macchina, nel quale è rimasta uccisa la mia ragazza. Stavo giusto scrivendo sul mio blackberry il titolo per il mio ultimo ed inutile articolo su una spiaggia di nudisti sulla riviera, quando sbandando sono finito contro un solido platano. Tre punti in testa e una mano fratturata, che ho curato ampiamente con sbronze micidiali, le settimane che hanno seguito la riabilitazione. Giusto in tempo di veder morire mio padre sotto i ferri, per un cancro che lo lacerava ormai da anni. Mi scappa una lacrimuccia mentre parlo di lui,ripensando a quegli occhi grandi, che mi fissano con l’aria di chi sa che sta per entrare in una sala operatoria senza aver speranza di uscirne. Il capo se ne accorge, quasi compiaciuto. Forse quel ghigno suino è il suo modo per dirmi che mi sta offrendo una via d’uscita.
‘Resti qui un momento, si goda il paesaggio, amico mio, se lo merita.’ Va a poggiare bicchieri e bottiglia sul tavolino dietro di noi. Io davanti alla finestra vengo stordito dal sole del mattino, anche grazie a quella dose di ottimo rum. Una buona notizia finalmente. Alle mie spalle il capo ci tiene a vantarsi ancora delle sue esperienze, ma io trasognato e deconcentrato dall’alcol a malapena lo ascolto. ‘la regola principe dell’editoria indipendente lo sa qual è? Se vuoi che una cosa sia fatta bene, falla da solo’. Si avvicina, soffice sulla moquette. Finalmente un buon servizio. finalmente la ruota gira come deve. ‘e di cosa si tratta direttore. qual è la notizia? Un altro impiccato giù dal ponte?’ citando l’articolo che un tempo mi rese famoso. ‘No, amico mio’ il suo passo si fa più rapido ‘oggi sei tu lo scoop..’. Mi sbatte contro la vetrata, e finisco di testa giù dal quattordicesimo piano.
Maledetto elfo, magnate del tritacarne mediatico. Maledetta cronaca nera, sempre affamata di disperati e suicidi sui cui ricamare storie strappalacrime. Maledetti vetri antisfondamento, dall’esterno.
Balthus
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